In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore.
Per capire il testo: contesto storico e parole chiave
Scritto probabilmente intorno all’80-90 d.C. per una comunità di cristiani di origine ebraica, forse in Siria. Presenta Gesù come il Messia promesso, figlio di Davide e nuovo Mosè, che porta a compimento la Legge e i Profeti: per questo cita spesso l’Antico Testamento. Raccoglie gli insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi, tra cui il Discorso della montagna. Mostra i contrasti con i farisei e gli scribi, riflettendo anche le tensioni del tempo tra la Chiesa e la sinagoga. È il Vangelo dell’anno liturgico A.
I discepoli sono coloro che seguono un maestro, vivendo con lui per imparare. Tra i molti discepoli Gesù ne sceglie dodici, numero delle tribù d’Israele, chiamati «apostoli», cioè «inviati». Erano persone comuni, in gran parte pescatori di Galilea, guidati da Simone, che Gesù chiama Pietro («roccia»).
Nella società antica erano le persone senza protezione: lo straniero non aveva terra né diritti, la vedova e l’orfano non avevano un uomo che li difendesse in tribunale e ne garantisse il sostentamento. La Legge di Mosè li affida in modo speciale alla cura del popolo, ricordando che Israele stesso era stato straniero in Egitto, e i profeti fanno del loro trattamento la misura della fedeltà a Dio.
Il tema centrale della predicazione di Gesù: non un territorio, ma il regnare di Dio, cioè la sua presenza che salva, guarisce e rende giusti. Matteo, per il rispetto ebraico verso il nome di Dio, dice «Regno dei cieli». È già presente in Gesù, come un seme che cresce, ma attende il suo compimento alla fine dei tempi.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo Ap 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
Per capire il testo: contesto storico e parole chiave
L’ultimo libro della Bibbia, scritto verso la fine del I secolo da Giovanni, esiliato nell’isola di Patmos, per le chiese dell’Asia Minore perseguitate dall’impero romano. «Apocalisse» significa rivelazione, non catastrofe: con un linguaggio simbolico fatto di numeri, colori e visioni, annuncia che il male, per quanto potente, è già vinto dall’Agnello immolato e risorto e che la storia va verso «un cielo nuovo e una terra nuova». Vi compare san Michele che sconfigge il drago (capitolo 12).
I discepoli sono coloro che seguono un maestro, vivendo con lui per imparare. Tra i molti discepoli Gesù ne sceglie dodici, numero delle tribù d’Israele, chiamati «apostoli», cioè «inviati». Erano persone comuni, in gran parte pescatori di Galilea, guidati da Simone, che Gesù chiama Pietro («roccia»).
Gli angeli («messaggeri») sono creature spirituali al servizio di Dio, che portano i suoi messaggi e proteggono gli uomini. La Bibbia nomina tre arcangeli: Gabriele, che annuncia la nascita di Giovanni Battista e di Gesù; Raffaele, che accompagna Tobia; Michele («Chi è come Dio?»), protettore del popolo di Dio nel libro di Daniele e vincitore del drago nell’Apocalisse, patrono della nostra parrocchia.
L’agnello era l’animale del sacrificio pasquale, il cui sangue aveva salvato gli Israeliti in Egitto, e dei sacrifici quotidiani al Tempio. Isaia descrive il servo sofferente «come agnello condotto al macello». Giovanni Battista indica Gesù come «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo»: parole ripetute in ogni Messa prima della Comunione.
Parole ebraiche entrate nella preghiera cristiana senza traduzione. «Amen» significa «è così, è vero, mi fido»: Gesù lo usa all’inizio delle sue affermazioni solenni («In verità vi dico»). «Alleluia» vuol dire «lodate il Signore». «Osanna», in origine «salvaci!», divenne un’acclamazione festosa, gridata all’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
R. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. R.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. R.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. R.
Seconda Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 1Gv 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
Per capire il testo: contesto storico e parole chiave
Per la Legge alcune condizioni (malattie della pelle chiamate «lebbra», contatto con cadaveri, perdite di sangue, certi cibi) rendevano «impuri», cioè inadatti al culto, finché non si compiva un rito di purificazione. Il lebbroso doveva vivere fuori dal villaggio. Non era una colpa morale, ma comportava esclusione sociale. Gesù tocca i lebbrosi e insegna che ciò che rende impuri è il male che esce dal cuore.
Per gli ebrei «le genti» (o nazioni, pagani, gentili) erano tutti i popoli non ebrei, che adoravano gli idoli. I profeti annunciano che anche le genti saliranno a Gerusalemme per conoscere il vero Dio. La missione degli apostoli, soprattutto di Paolo, porta il Vangelo ai pagani dell’impero romano: una delle grandi questioni della Chiesa nascente fu come accoglierli.
Abramo è il padre del popolo d’Israele e il modello della fede: partito da Ur dei Caldei (nell’attuale Iraq) verso la terra di Canaan, si fida della promessa di Dio di una discendenza numerosa. Con il figlio Isacco e il nipote Giacobbe (chiamato anche Israele, padre delle dodici tribù) forma il gruppo dei patriarchi, vissuti nel II millennio a.C. Ebrei, cristiani e musulmani lo riconoscono come padre nella fede.
I discepoli sono coloro che seguono un maestro, vivendo con lui per imparare. Tra i molti discepoli Gesù ne sceglie dodici, numero delle tribù d’Israele, chiamati «apostoli», cioè «inviati». Erano persone comuni, in gran parte pescatori di Galilea, guidati da Simone, che Gesù chiama Pietro («roccia»).
Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio. Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza. Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. (Papa Leone XIV, Omelia, 1° novembre 2025)
Testi aggiornati automaticamente dalla pagina «Vangelo del giorno e Parola del giorno» di Vatican News (Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede), secondo il calendario liturgico. Traduzione dei testi biblici: CEI. Le celebrazioni proprie della Diocesi di Aversa possono avere letture diverse.